ONORE AL “VECCHIO E VALOROSO CHABERTON”

 

Tra pochi giorni, nel commemorare a Cesana la battaglia delle Alpi, ricorderemo il valore di quei soldati italiani che sull’intero fronte alpino, sotto il fuoco dell’artiglieria francese, compirono il loro dovere con spirito di abnegazione, fedeli al giuramento che avevano prestato al Re e alla Patria.

Ricorderemo anche il “vecchio e valoroso Chaberton”, simbolo dell’uomo che, fiducioso della scienza e della tecnologia, vince le avversità della natura selvaggia per costruire un forte su una delle vette più alte delle Alpi.

Quando seppe della distruzione dello Chaberton, il generale Luigi Pollari Maglietta, ormai da anni in pensione, non voleva crederci: «Venne chiamato dalla figlia che sopraggiungeva insieme al nipotino Carlo: ‘Papà i francesi hanno bombardato lo Chaberton’. Il generale senza scomporsi più di tanto rispose: ‘Impossibile”».  (Dal diario di Luigi Pollari Maglietta, proprietà Carlo Rinaldi, pubblicato da Roberto Guasco ne L’Artigliere dello Chaberton, Parte Seconda, I Quaderni dell’Alpitrek, 2016, pag. 59).

La sua batteria, realizzata ad oltre tremila metri di quota sui confini del Regno d’Italia, era stata distrutta dall’artiglieria francese tra il 21 e il 24 giugno del 1940 nel corso dell’ultima battaglia combattuta nel territorio della Valle della Dora Riparia. Fino ad allora era ritenuta invulnerabile e, con la denominazione di 515a batteria della Guardia alla Frontiera, aveva schierato i suoi otto pezzi da 149/35 facendoli tuonare contro le contrapposte batterie francesi.

La batteria, che tutti definivano orgogliosamente “il forte più alto del mondo!”, aveva da subito evocato la sfida della scienza e della tecnologia contro la natura avversa e matrigna. Costruire un forte a tremila metri di altitudine, all’inizio del Novecento, aveva il sapore di un’impresa senza pari. Per farlo, c’erano da risolvere tanti di quei problemi, che soltanto l’immaginazione e la tenacia di uomini fuori dal comune potevano affrontare. Uno di questi era certamente l’allora capitano Luigi Pollari Maglietta, della Direzione Lavori del Genio di Torino, che seguì la progettazione dell’opera fortificata dalle prime fasi di realizzazione (1898) al 1907, quando venne trasferito in Veneto per occuparsi delle fortificazioni al confine orientale.

Il geniale ufficiale va soprattutto ricordato per aver risolto due grandi sfide di alta tecnologia: la realizzazione della lunga rotabile che, salendo dal defilato vallone di Morino, da Fenils, sale al Colle dello Chaberton e alla vetta del monte e la costruzione dell’ardita teleferica di Grande Potenza che da Cesana riforniva quotidianamente il presidio della batteria.

Due manufatti che, da soli, avrebbero certamente meritato di sopravvivere alla furia devastatrice della guerra e dei recuperanti del dopoguerra. Né l’una, né l’altra lo sono state: la strada, da decenni senza manutenzione, in parte in territorio ormai francese, è ormai solo poco più di un sentiero. La teleferica è un lontano ricordo e le sue strutture – con l’eccezione della stazione a valle – non sono altro che ruderi.

Nel disegnare la struttura della batteria, il capitano Maglietta compì, in buona fede, il suo errore più grande: quello di sistemare le artiglierie, invece che nella consueta cupola corazzata tipica delle batterie Rocchi (tanto per intenderci quelle impiegate nella batteria Pramand) su una torretta costituita da blocchi di conglomerato cementizio che si elevava sul tetto del blocco batteria. Una struttura simile non poteva reggere il peso di una cupola corazzata: pertanto il cannone fu racchiuso da una casamatta metallica di soli cinque centimetri di spessore, invece dei consueti 15 delle casematte corazzate dell’epoca.

Perché Maglietta non seguì il modello delle solite batterie ideate dal generale Enrico Rocchi? Tanto si è discusso sull’argomento, ma oggi siamo in grado di interpretare il pensiero dell’ardito progettista. All’altitudine dello Chaberton il problema più grosso era costituito dagli accumuli nevosi. Anche nei nostri inverni, certamente meno ricchi di precipitazioni, l’altezza del manto raggiunge i 4-5 metri, figuriamoci all’inizio del Novecento…

Maglietta doveva garantire la funzionalità della casamatta, soprattutto la possibilità di ruotarla completamente di 360°, in ogni stagione. Quindi, solo sollevando la struttura dalla base della batteria, poteva evitare gli ammassi di neve e ghiaccio, che, bloccando i meccanismi di rotazione, avevano invece creato non pochi problemi alle batterie corazzate del Moncenisio (Paradiso e La Court). Se il problema neve era risolto, non altrettanto lo era quello della protezione del pezzo. Le batterie corazzate erano infatti nate per proteggere le artiglierie dal tiro avversario, tanto che lo stesso Rocchi le aveva definite come “batterie in barbetta protette da uno scudo”. Per lo Chaberton si era però adottato l’affusto Armstrong Montagna, una variante di affusto scudato leggero, impiegato sulle navi.

Ciò era avvenuto perché Maglietta e i suoi uomini riponevano la loro fiducia in una certezza pressoché assoluta: lo Chaberton era invulnerabile. Non poteva essere battuto da nessun pezzo di artiglieria. Nessun proietto, allo stato delle conoscenze balistiche di primo Novecento, poteva colpire le casematte della batteria. Il tiro teso dei cannoni, anche di quelli eventualmente schierati sul contrapposto, ma più basso in altezza, Mont Janus, proprio davanti allo Chaberton, non garantiva di raggiungere e colpire le cupole, troppo defilate al riparo dello spalto roccioso. E nessun altro punto, nel raggio di una decina di chilometri, era così alto come lo Chaberton da costituire una minaccia alla sua esistenza.

Pochi decenni dopo furono però i proietti di mortaio (da 280 mm) a sancire la fine dell’invulnerabilità dello Chaberton. Possibile che Maglietta non avesse preso in considerazione tale evenienza? C’è da dire che i mortai dell’epoca, sebbene impiegati nelle operazioni di assedio alle fortezze, non erano ancora così versatili: erano pesanti e difficili da spostare e gli affusti apparivano piuttosto rudimentali. Ma soprattutto questi pezzi non erano in grado di imprimere ad un proietto un forza viva tale da fargli raggiungere quote elevate, come sarebbe stato necessario per colpire un obiettivo così alto.

Semplicemente, la tecnologia dell’epoca non offriva ancora queste possibilità. E Maglietta lo sapeva, così ripose senza alcun dubbio la sua fiducia nella completa invulnerabilità dello Chaberton. Se avesse avuto la possibilità di ritornare sulle sue scelte dopo l’esperienza della Grande Guerra, nel corso della quale l’impiego massiccio dei mortai da assedio decretò la fine delle vecchie batterie corazzate (come ci insegnò la triste vicenda del forte Verena), avrebbe forse ripensato la struttura della batteria. Ma, divenuto generale, non si occupò mai più della sua creatura e, cosa ancora più grave, nessuno, nelle alte sfere del Genio militare, gli chiese un parere sull’effettiva sicurezza della batteria alla luce delle esperienze maturate nel corso del conflitto.

Qualcuno però se ne rese conto, tanto da progettare e realizzare, negli anni Trenta, gli scavi dell’anello sotterraneo nelle viscere del monte, in vista di una futura collocazione dei pezzi in caverna. Lavori che non giunsero mai al termine, forse soltanto per un motivo: non c’erano più soldi o mancavano i materiali, come accadeva quasi ovunque nei cantieri del Vallo Alpino, dopo le sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni.

Così lo Chaberton rimase quello che Edoardo Castellano, nel suo pregevole libro “Distruggete lo Chaberton” definì “una bella donna, sfiorita troppo presto”. Un’opera unica, invecchiata precocemente. Una verità, che non toglie però al generale Luigi Pollari Maglietta il merito di aver pensato e realizzato un’opera unica nel suo genere, vincendo durissime sfide quotidiane in un ardito cantiere di alta quota.

Mauro Minola

Bibliografia

Mauro Minola, Ottavio Zetta, Il mito dello Chaberton, edizioni Susalibri, 2014.

Roberto Guasco, L’Artigliere dello Chaberton, Parte Seconda, I Quaderni dell’Alpitrek, 2016.

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